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ELOGIO DELLA PAZZIA

Indice III | II | I | Spotlights | Controcorrente

di Erasmo da Rotterdam

Erasmo da Rotterdam (1469-1536)

Erasmo da Rotterdam
Filosofo e teologo olandese (1466-1536)

Erasmo da Rotterdam (1466-1536) rappresenta la figura tipo dell'umanista, e la sua voce venata spesso da sottile ironia si è imposta come modello della visione umanistica dell'uomo in ambito europeo, contrapposta,  per quanto riguarda i temi religiosi, tanto alla riforma luterana quanto alla corruzione della Chiesa, di cui auspica un profondo rinnovamento.
L'
Elogio della pazzia, scritto in Inghilterra nel 1509 quando era ospite di Tommaso Moro, ha uno stile ironico, raffinato e brillante. In esso immagina che una donna allegorica, la Follia, figlia di Plutone dio della ricchezza, tessa il proprio elogio davanti ad un vasto pubblico. Con esempi tratti dal mondo classico e contemporaneo, Erasmo rivela le due facce della follia: quella salutare istinto vitale e creatività, indispensabile alla vita, e fonte di azione e quella intesa come soltanto presunta saggezza, che risulta quindi essere solo follia mascherata. Da un lato la serena consapevolezza dei limiti e delle contraddizioni umane, propria di chi sa comprendere la vera natura dell'uomo, la sua grandezza e la sua miseria. Dall'altro la stoltezza del mondo, l'oblio della ragionevolezza.
Nella parte terminale dell'opera Erasmo descrive l'aspetto negativo della pazzia, ma chiude ricordando il proverbio secondo cui nella vita «spesso anche l'uomo pazzo parla giudiziosamente», mentre, in qualche misura, tutti si agisce da folli.

La pazzia dà sapore alla vita (XVI)
Ma è tempo per noi, seguendo Omero, di tornarcene di nuovo in terra, e di abbandonare i celesti. Qui non scorgiamo gioia o felicità se non per mio influsso. Vedete anzitutto con quanta pre-veggenza la natura, madre e artefice del genere umano, ha badato, perché non manchi in nessun luogo, per condimento, un zinzin di pazzia. E vero che per gli Stoici e le loro definizioni la saggezza non è se non vivere sotto la guida della ragione, e invece abbandonarsi al capriccio delle passioni è pazzia. Ma perché la vita umana non fosse un mortorio, quante passioni vi ha messo Giove. E in quantità molto maggiore della ragione! La proporzione è di cento ad uno, quasi. Inoltre relegò la ragione in un angoletto della testa, abbandonando tutto il resto del corpo al disordine delle passioni. E alla ragione, che è sola, oppose come due violentissimi tiranni, !'ira che occupa l'acropoli dal petto sino alla fonte stessa della vita, cioè il cuore, e la concupiscenza che estende il suo vastissimo impero giù sino al pube. Contro queste due potenze gemelle qual forza abbia la ragione, lo dichiara abbastanza la vita comune. Grida la ragione a perdifiato, ché altro non può, e detta le sue formulette su ciò che è onesto, ma quelle due mandano a farsi impiccare la loro ragione e alzano la voce tanto forte, che quella non ne può più e la pianta, dandosi vinta.

Pazzia guida a saggezza (XXX)
E il rimanente, o dèi immortali, debbo dirlo o tacerlo? E perché tacerlo, se è più vero della verità? Ma forse è meglio, trattandosi di cosa di tanta importanza, far venir le Muse dall'Elicona, quelle Muse che i poeti sogliono troppo spesso, per semplici inezie, chiamare in aiuto. Assisteremo dunque per poco, o figlia di Giove, sinché dimostri che a quella eccellentissima saggezza, a quella rocca della felicità, come la chiamano, nessuno può accedere, se non sotto la guida della pazzia.
Anzitutto si ammette comunemente che tutte le passioni appartengono al dominio della pazzia, visto che la caratteristica per cui si distingue un insensato da un saggio consiste proprio in questo, che il primo si lascia governare dalle passioni, il secondo dalla ragione, e perciò gli Stoici allontanano dal saggio tutte le commozioni, come malattie bell'e buone. Ma le passioni non solo la fanno da pedagoghi per coloro che s'affrettano verso il porto della saggezza, ma anche non si trovano mai assenti, come sproni o pungoli, in ogni funzione della virtù, ed esortano a ben agire.
A questo punto Seneca, stoico sino alla midolla delle ossa, alza la voce per negare assolutamente al filosofo ogni passione. Ma l'uomo ch'egli lascia, dopo questa operazione, non è neppur uomo, ma piuttosto un dio mai visto, che si forma lui, che non è mai esistito in nessun luogo e non esisterà mai. O piuttosto, per dirla più apertamente, è un idolo di marmo ch'egli si fabbrica, senza moto, completamente estraneo ad ogni senso umano. Ci trovan gusto? E se lo godano, questo loro sapiente, se lo tengano caro, senza paure di rivali, vadano pure ad abitare secolui nella repubblica di Platone, o, se preferiscono, nella regione delle idee, nei giardini di Tantalo. E chi non fuggirebbe inorridito dinanzi a tale mostro, a tale spettro? Sordo a tutti i sentimenti di natura, non si commuove ad alcun affetto, non ad amore, non a pietà:

Sta più che dura selce fermo, o sia rupe Marpesia.

Nulla a lui sfugge e nessun errore commette mai; come Linceo, non c'è cosa ch'egli non scorga e non commisuri sino al millesimo. Quindi non c'è cosa che perdoni agli altri, pago di se stesso lui solo, e lui solo ricco, lui solo sano, lui solo re, lui solo libero, in una parola, lui solo tutto. Ciò però a parere di lui solo, perché non sa cattivarsi un amico, non è amico di nessuno; anzi non esiterebbe a mandare al diavolo gli stessi dèi: tutto quello che si fa nella vita è per lui follia, oggetto di condanna e di scherno. Orbene, un testimone di tal fatta è il filosofo arciperfettissimo.
Ora, ditemi in cortesia, se la quistione dovesse decidersi coi voti, qual esercito lo desidererebbe a comandante supremo? Anzi qual donna si prenderebbe un marito cosiffatto o lo sopporterebbe, quale ospite un tal convitato, qual servo un padrone di tali costumi? Ognuno preferirebbe un qualsiasi uomo, preso a caso di mezzo alla folla di uomini comuni, che non son certo mostri di sapienza, il quale, senz'avere un gran cervello in zucca, sappia comandare o ubbidire a uomini senza cervello e piacere ai suoi simili, anzi al maggior numero possibile; che si mostri affabile con la moglie, piacente agli amici, commensale garbato, ospite alla mano, infine nulla di umano reputi estraneo a se stesso. Ma ormai di questo sapiente ne son piena sino alla gola. Rivolgiamo dunque di nuovo il discorso ai rimanenti vantaggi da me recati.

Forme di pazzia (XLVIII)
Ma parrà forse a qualcuno che io parli più a vanvera che secondo verità. Esaminiamo or dunque la vita stessa degli uomini, donde parrà chiaro quanto debbano a me e quanto mi stimino tutti quanti, grandi e umili. Però non passeremo in rassegna uomini qualunque - la cosa sarebbe troppo lunga - ma solamente quelli insigni; donde sarà facile far conto esatto anche degli altri.
Che vale infatti far menzione del volgo, della plebaglia, che senza discussione è mia? Da ogni parte dà in tante forme di follia, di scempiaggine, ne inventa tante e poi tante, giorno per giorno, che nemmeno mille Democriti basterebbero a riderne come si deve, sebbene poi... per questi mille ci sarebbe bisogno ancora di un altro Democrito, per ridere di essi! E incredibile quali risate, quali scherzi, quale spasso offrano questi omuncoli ai celesti! I quali sogliono passar quelle ore in cui non sono brilli, prima di mezzodì, in consultazioni litigiose e a sentire i voti dei mortali; quando poi sono avvinazzati di nettare e non talenta loro far nulla di serio, dalla parte dove il cielo è più sporgente, si mettono a sedere, per guardare ciò che fanno gli uomini. Non c'è per loro uno spettacolo più ameno! Dio immortale, che bella scena! Che trambusto variopinto di dissennati! Ché anch'io qualche volta mi metto tra le fila di queste divinità dei poeti.
C'è uno, innamorato cotto di una femminetta, il quale, quanto meno è corrisposto, tanto più dà nelle smanie; un altro si sposa la dote, non la moglie; un terzo la prostituisce; un altro ancora, geloso, la spia come Argo. Costui, mentre è in lutto, quante stravaganze non dice, quante non ne commette! Giunge sino a prendere a nolo degli istrioni, per rappresentare la commedia del lutto! Quest'altro piange sulla tomba della matrigna! Un altro, tutto ciò che può sgraffignare lo dà al ventre, ma dopo il pasto ha più fame di prima; un altro ancora crede che non ci sia felicità che a dormire senza far nulla. Vi son di quelli che, a forza di occuparsi degli affari altrui, non trovano mai riposo, ma di se stessi non si occupano mai; ed altri che, a forza di debiti, tappano un buco per aprire una tana, illudendosi così di esser ricchi, ma, al primo inciampo, eccoli falliti. Un altro si crede che la maggior felicità consista nel vivere povero per arricchire l'erede, mentre invece c'è chi, per un misero e incerto guadagno, scorrazza qua e là per tutti i mari, esponendo ai marosi e alle tempeste la vita, che nessun danaro può riscattare! Quello là preferisce cercar di arricchire con la guerra, anziché starsene a casa tranquillo e sicuro.
E vi son di quelle che pensano che la maniera più certa di giungere alla ricchezza, è di accalappiare dei vecchi senza figli, né manca chi, a caccia di ricchezze, è vivamente innamorato di qualche ricca vecchietta. E il più straordinario piacere che offrono questi ultimi agli dèi che li stanno a osservare, è quando cadono essi stessi nel laccio che han teso.
La classe più stolida, la più ignobile fra tutte, è quella dei commercianti, giacché esercitano la più ignobile delle professioni e nella maniera più ignobile: ogni momento, mentiscono, spergiurano, rubano, truffano, ingannano e tuttavia, perché hanno le dita cariche di anelli, si giudicano gli uomini più importanti del mondo. Né mancano dei fraticelli adulatori che li ammirano, chiamandoli in pubblico «venerabili», evidentemente nella speranza che scenda anche a loro un pocolino di quella farina del diavolo. [...]
Insomma, se tu potessi contemplare dall'alto della luna, come una volta Menippo³ le agitazioni senza fine degli uomini, avresti l'impressione di veder nugoli di mosche o di pulci rissare, combattere, tendere insidie, rapinare, scherzare, folleggiare, nascere, cadere, morire. E non si può nemmeno immaginare quali sollevazioni, quali tragedie susciti questo minuscolo animaluccio che è l'uomo, destinato a sparire in un momento! Basta talora una guerricciola, una peste, per afferrarne nei suoi vortici molte migliaia e distruggerli. [...] 

Erasmo da Rotterdam
 

Che non esistono affatto.
 Eneide, I, 471.
³ Allude al protagonista dell'Icaromenippo di Luciano. 

 

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