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L'USO DEL TEMPO
di Lucio Anneo Seneca

Indice III | II | I | Spotlights | Controcorrente

Prefazione

Lucio Anneo Seneca (4 a.C.-65 d.C.)

Lucio Anneo Seneca
(4 a.C.-65 d.C.)

Il senso della fuga del tempo e della precarietà delle cose umane percorre tutta l'opera di Seneca, e il filosofo vi dedica non solo l'intero dialogo De brevitate vitae ma anche varie lettere delle Epistolae morales ad Lucilium.  Il dialogo sviluppato dal grande latino ha come tema centrale l'opposizione tra l'atteggiamento degli occupati - che scialacquano il proprio tempo in occupazioni futili - ed il sapiens che dedica il proprio tempo alla sola conquista della saggezza. La vita dell'uomo non è in sé breve, ma diviene tale in quanto gli uomini la sprecano in occupazioni ed impegni superflui. Quello che conta è il presente; il  vivere bene ogni attimo come se fosse l'ultimo (personale rilettura del carpe diem oraziano).  E' una visione quella di Seneca ansiosa ed angosciata del tempo nel disperato bisogno di controllarlo ed esorcizzarne le paure sottese. Ineluttabilmente, anche se noi non lo vogliamo, il tempo scorre "come un fiume". A differenza di Seneca, Sant'Agostino tratta questo argomento per definirne ogni aspetto ad esaltazione di Dio: il tempo si sviluppa interamente nella mente e solo alla fine della esistenza terrena potremo sperare di uscire da questi vincoli. Quando però Agostino prova a rispondere ad una domanda diretta "cos'é sinceramente il tempo", con altrettanta franchezza ammette che «se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so».
Chi scardina rivoluzionariamente questa visione del tempo è Friedrich Nietzsche; il filosofo tedesco si scontra aspramente con la concezione occidentale e scientifica corrente, parlando di circolarità: ogni istante deve essere svincolato dagli altri, deve essere a sé stante, istante come tale. Ogni attimo può essere inizio e fine, la sintesi che raccoglie in sé l'eternità del passato e del futuro.  D'altra parte anche gli antichi greci, prima del cristianesimo, consideravano il tempo tendenzialmente privo di direzione e quindi circolare.
Il buon uso del tempo si ripropone drammaticamente nell'epoca della rivoluzione informatica e della posta elettronica. Essere "bombardati" da una valanga di lettere elettroniche al giorno, come dice Armando Torno - autore del saggio
La truffa del tempo - «equivale a stritolare la propria giornata con un lavoro in più che produce poco o niente per noi. Il tempo se ne va e nessuno ce lo restituisce»
Uno dei più grandi capolavori della letteratura del Novecento è
Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust. Attraverso le pagine di quest'opera monumentale, ci viene rivelata un'intera società nell'arco di tempo che va dal 1880 al 1920. Tutti i personaggi sono sostanzialmente dei vinti ed a ognuno il tempo ha tolto qualcosa; soltanto le memorie sembrano sottrarsi alla sua tirannia.
Proust ci ricorda che «il tempo che abbiamo quotidianamente a nostra disposizione è elastico: le passioni che sentiamo lo espandono, quelle che ispiriamo lo contraggono; e l'abitudine riempie quello che rimane». Parole sospirate, chissà perché, in uno dei suoi ultimi romanzi:
All’ombra delle fanciulle in fiore!

Luca Liguori (7 giugno 2004)
 

La vita sembra breve soltanto a chi non sa impiegarla bene
La maggior parte dei mortali, o Paolino, si lamenta, della malignità della natura, poiché siamo generati per un esiguo scorcio di tempo, poiché scorrono via tanto velocemente questi attimi del tempo, a noi concesso, al punto che fatta eccezione proprio per pochi la vita abbandona tutti gli altri proprio mentre si apprestano a vivere. E di questo male comune, come lo -ritengono, non si lamentano soltanto la folla e il volgo ignorante, ma questa apprensione suscitò le lagnanze anche di uomini illustri. Di qui la famosa esclamazione del più grande dei medici. «Corta è la vita, lunga è l'arte». Di qui la contesa con la natura, disdicevole ad un uomo saggio, di Aristotele che giudicava che essa era stata di manica larga con gli animali tanto da farli vivere per cinque o dieci generazioni, mentre all'uomo nato, per tanto numerose e grandi attività è assegnato improrogabilmente un termine tanto piti breve. Non è che abbiamo poco tempo: ne perdiamo molto invece. La vita è abbastanza lunga e ci è elargita con una notevole durata per il compimento delle più grandi imprese, se fosse tutta impiegata bene. Ma quando si consuma tra la lussuria e la noncuranza, quando non la si dedica a nessuna buona causa, in fine, quando ci costringe la necessità suprema, ci accorgiamo che è già passata mentre prima non avvertivamo il suo andare. È proprio cosi: non riceviamo una vita breve, ma la rendiamo tale e non ne siamo poveri, ma prodighi. Cosi ricchezze immense e regali vengono dissipati in un .momento quando toccano a un cattivo padrone, ma quando vengono affidati a un buon amministratore, anche se sono modici, crescono col loro stesso impiego; cosi la nostra vita si estende a lungo per chi sa disporne bene.
(De brevitate vitae, I).

L'uso del tempo - Seneca Lucilio suo salutem
Fa' così, caro Lucilio: renditi veramente padrone di te e custodisci con ogni cura quel tempo che finora ti era portato via, o ti sfuggiva. Persuaditi che le cose stanno come io ti scrivo: alcune ore ci vengono sottratte da vane occupazioni, altre ci scappano quasi di mano; ma la perdita per noi più vergognosa è quella che avviene per nostra negligenza. Se badi bene, una gran parte della vita ci sfugge nel fare il male, la maggior parte nel non fare nulla, tutta quanta nel fare altro da quello che dovremmo. Puoi indicarmi qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo e alla sua giornata, e che si renda conto com'egli muoia giorno per giorno? In questo c'inganniamo, nel vedere la morte avanti a noi, come un avvenimento futuro, mentre gran parte di essa è già alle nostre spalle. Ogni ora del"nostro passato appartiene al dominio della morte. Dunque, caro Lucilio, fa' ciò che mi scrivi; fa' tesoro di tutto il tempo che hai. Sarai meno schiavo del domani, se ti sarai reso padrone dell'oggi. Mentre rinviamo i nostri impegni, la vita passa. Tutto, o Lucilio, dipende dagli altri; solo il tempo è nostro. Abbiamo avuto dalla natura il possesso di questo solo bene sommamente fuggevole, ma ce lo lasciamo togliere dal primo venuto. E l'uomo è tanto stolto che, quando acquista beni di nessun valore, e in ogni caso compensabili, accetta che gli vengano messi in conto; ma nessuno, che abbia cagionato perdita di tempo agli altri, pensa di essere debitore di qualcosa, mentre è. questo l'unico bene che l'uomo non può restituire, neppure con tutta la sua buona volontà.
Mi domanderai forse come mi comporti io che ti dò questi consigli. Te lo dirò francamente: il mio caso è quello di un uomo che spende con liberalità, ma tiene in ordine la sua amministrazione; anch'io tengo i conti esatti della spesa. Non posso dire che nulla vada perduto, ma sono in grado di dire quanto tempo perdo, perché e come lo perdo; posso cioè spiegare i motivi della mia povertà. Capita anche a me, come alla maggior parte della gente caduta in miseria senza sua colpa: tutti sono disposti a scusare, ma nessuno viene in aiuto. E che dunque? Per me non è povero del tutto colui che, per quanto poco gli resti, se lo fa bastare. Ma tu, fin d'ora, serba gelosamente tutto quello che possiedi; e avrai cominciato a buon punto, poiché - ci ammoniscono i nostri vecchi - «è troppo tardi per risparmiare il vino, quando si è giunti alla feccia». Nel fondo del vaso resta non solo la parte più scarsa, ma anche la peggiore. Addio.
(Epistulae morales ad Lucilium, I,1)

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Testi originali in latino:

Maior pars mortalium, Pauline, de naturae malignitate conqueritur, quod in exiguum aeui gignimur, quod haec tam uelociter, tam rapide dati nobis temporis spatia decurrant, adeo ut exceptis admodum paucis ceteros in ipso uitae apparatu uita destituat. Nec huic publico, ut opinantur, malo turba tantum et imprudens uulgus ingemuit; clarorum quoque uirorum hic affectus querellas euocauit. Inde illa maximi medicorum exclamatio est: "uitam breuem esse, longam artem". Inde Aristotelis cum rerum natura exigentis minime conueniens sapienti uiro lis: "aetatis illam animalibus tantum indulsisse, ut quina aut dena saecula educerent, homini in tam multa ac magna genito tanto citeriorem terminum stare." Non exiguum temporis habemus, sed multum perdidimus. Satis longa uita et in maximarum rerum consummationem large data est, si tota bene collocaretur; sed ubi per luxum ac neglegentiam diffluit, ubi nulli bonae rei impenditur, ultima demum necessitate cogente, quam ire non intelleximus transisse sentimus. Ita est: non accipimus breuem uitam sed fecimus, nec inopes eius sed prodigi sumus. Sicut amplae et regiae opes, ubi ad malum dominum peruenerunt, momento dissipantur, at quamuis modicae, si bono custodi traditae sunt, usu crescunt: ita aetas nostra bene disponenti multum patet.
(De brevitate vitae, I).

Seneca Lucilio suo salutem
Ita fac, mi Lucili: vindica te tibi, et tempus quod adhuc aut auferebatur aut subripiebatur aut excidebat collige et serva. Persuade tibi hoc sic esse ut scribo: quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam effluunt. Turpissima tamen est iactura quae per neglegentiam fit. Et si volueris attendere, magna pars vitae elabitur male agentibus, maxima nihil agentibus, tota vita aliud agentibus. Quem mihi dabis qui aliquod pretium tempori ponat, qui diem aestimet, qui intellegat se cotidie mori? In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: magna pars eius iam praeterît; quidquid aetatis retro est mors tenet. Fac ergo, mi Lucili, quod facere te scribis, omnes horas complectere; sic fiet ut minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris. Dum differtur vita transcurrit. Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est; in huius rei unius fugacis ac lubricae possessionem natura nos misit, ex qua expellit quicumque vult. Et tanta stultitia mortalium est ut quae minima et vilissima sunt, certe reparabilia, imputari sibi cum impetravere patiantur, nemo se iudicet quicquam debere qui tempus accepit, cum interim hoc unum est quod ne gratus quidem potest reddere.
Interrogabis fortasse quid ego faciam qui tibi ista praecipio. Fatebor ingenue: quod apud luxuriosum sed diligentem evenit, ratio mihi constat impensae. Non possum dicere nihil perdere, sed quid perdam et quare et quemadmodum dicam; causas paupertatis meae reddam. Sed evenit mihi quod plerisque non suo vitio ad inopiam redactis: omnes ignoscunt, nemo succurrit. Quid ergo est? non puto pauperem cui quantulumcumque superest sat est; tu tamen malo serves tua, et bono tempore incipies. Nam ut visum est maioribus nostris, 'sera parsimonia in fundo est'; non enim tantum minimum in imo sed pessimum remanet. Vale.

(Epistulae morales ad Lucilium, I,1)

Lucio Anneo Seneca
 

Fonti:
Epistulae morales ad Lucilium di Lucio Anneo Seneca (Libro I, Lettera 1). Traduzione di Giuseppe Monti. Biblioteca Universale Rizzoli, 1998

Seneca - la vita il pensiero i testi esemplari di Gino Giardini - Edizioni Accademia Milano, 1972.

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